Saltelli qui e lì
come leprotto
al chiaro del mattino
nel regno del silenzio
non senti i passi del cacciatore
perché ancora il cacciatore dorme.
Nel caldo del primo sole
hai l’ardire di andare lontano
ti lasci i pensieri a casa
e te ne stai sola
in mezzo al nulla
sei vulnerabile e affamata
sei come vorresti essere.
Il silenzio s’attenua
cerchi presto la via del ritorno
ti fermi ancora un poco
per vedere fin dove sei arrivata
e ti compiaci di te stessa
della tua velocità
della tua audacia
della tua leggerezza.
Ritorni
ti metti la maschera
delle piccole occasioni
ridiventi forte
ti fai compagnie
e lasci l’insicurezza
a tempi migliori.
12 luglio 2009
30 giugno 2009
25 marzo 2009
A Morgan
Ti vorrei scrivere qualche cosa,
ma non mi viene in mente nulla
che possa aggiungersi alle emozioni
che giornalmente
vuoi portarti appresso.
Non mi resta che sperare nel vento
coll'augurio che con questo scritto
se non altro
si possa fare un aeroplanino
da lanciare lontano..
Ciao Morgan.
ma non mi viene in mente nulla
che possa aggiungersi alle emozioni
che giornalmente
vuoi portarti appresso.
Non mi resta che sperare nel vento
coll'augurio che con questo scritto
se non altro
si possa fare un aeroplanino
da lanciare lontano..
Ciao Morgan.
09 marzo 2009
A te
Tu sei la mia luce,
il mio arcobaleno,
il puntino chiaro sulla mia cornea,
la mia sorgente d'acqua fresca,
il bosco che mi protegge dalla pioggia,
la riva che mi fa riposare,
il piatto che mi nutre,
la fotografia che ho sempre sognato per me,
la corsa che non mi stanca,
il corpo che vorrei fosse mio.
Ma tu sei di più,
perché la mia fantasia non ha limiti.
Sei un macrocosmo,
il pianeta pulito su cui vorrei abitare,
la stella appena nata,
l'inizio e la fine della vita,
il Tutto,
quello che non è stato mai.
il mio arcobaleno,
il puntino chiaro sulla mia cornea,
la mia sorgente d'acqua fresca,
il bosco che mi protegge dalla pioggia,
la riva che mi fa riposare,
il piatto che mi nutre,
la fotografia che ho sempre sognato per me,
la corsa che non mi stanca,
il corpo che vorrei fosse mio.
Ma tu sei di più,
perché la mia fantasia non ha limiti.
Sei un macrocosmo,
il pianeta pulito su cui vorrei abitare,
la stella appena nata,
l'inizio e la fine della vita,
il Tutto,
quello che non è stato mai.
06 marzo 2009
Gocai
12 febbraio 2009
Ricordi
Mi piacciono le iniziative che fanno dei ricordi di guerra, un punto da cui ricominciare a vivere. Ma per me la parola "ricordare" non assume sempre quel ruolo liberatorio e catartico che spesso gli si appioppa come virtù. Perché ricordare quando basta assimilare ed infine dimenticare? Una cosa assimilata la si può senz'altro dimenticare.
11 febbraio 2009
Il limite e la libertà
Il limite
Se mi chiedessero di definire cos'è il limite, senz'altro porterei uno specchio.
E prima di rispondere mi ci guarderei dentro.
Ci vedrei un contorno, un limite appunto. Una zona dello spazio nettamente separata dal resto, un luogo dove si concentrano proprietà straordinarie in uno spazio relativamente ristretto. Questo limite assomiglierebbe ad un confine, tra un'entropia che aumenta sempre più, quell'universo che ci sfugge, e un ordine che si fa sempre nuovo, quello che sottende ai tanti nostri pensieri. Questa dicotomia, mi rimanderebbe al limite come possibilità, come divenire non ancora divenuto, ma anche al limite come promessa di perfezione pienamente realizzata. I pensieri, la speranza, i desideri, le intuizioni racchiusi in questo contorno che da solo non definisce il mio corpo, si protendono verso ciò che mi circonda, verso ciò che non si conosce, verso ciò che non appare come era stato immaginato, verso ciò che immagino sia apparso prima di ogni cosa, verso ciò che non riconosco uguale a me o verso ciò che riconosco essere Altro.
La libertà.
Se mi chiedessero di definire cos'è la libertà, senz'altro porterei un letto.
E prima di rispondere proverei a ricordarmi malato.
Stavo così bene al punto da non aver bisogno che di una cosa sola: dare. Davo il mio tempo ai senza tempo, i miei consigli agli insaziabili, la mia allegria ai preoccupati. Poi sono stato male e questa libertà ha preso il volo. Non sono riuscito più a dare, i gesti continuavano sì a danzare liberi nella mia mente, ma senza avere la possibilità di uscirne fuori. Ora da me non usciva più nulla. L'energia dei sorrisi, le parola di speranza, le promesse future stavano tornando a me piano piano, una lenta processione al capezzale di un malato, come se un immaginario egoismo si fosse impadronito di me. Tutto tornava ad essere mio. E mi sono chiesto:
la mia cultura era così libera che mi avrebbe fatto vivere o morire?
Dare e ricevere, come uno scambio biologico attraverso la pelle, una barriera naturale di cui non controlliamo la porosità, così cangevole nel tempo da lasciare questo nostro corpo come un limite non sempre regolato da immutevoli leggi, perché regolato da una Legge che spesso ci sfugge.
Se mi chiedessero di definire cos'è il limite, senz'altro porterei uno specchio.
E prima di rispondere mi ci guarderei dentro.
Ci vedrei un contorno, un limite appunto. Una zona dello spazio nettamente separata dal resto, un luogo dove si concentrano proprietà straordinarie in uno spazio relativamente ristretto. Questo limite assomiglierebbe ad un confine, tra un'entropia che aumenta sempre più, quell'universo che ci sfugge, e un ordine che si fa sempre nuovo, quello che sottende ai tanti nostri pensieri. Questa dicotomia, mi rimanderebbe al limite come possibilità, come divenire non ancora divenuto, ma anche al limite come promessa di perfezione pienamente realizzata. I pensieri, la speranza, i desideri, le intuizioni racchiusi in questo contorno che da solo non definisce il mio corpo, si protendono verso ciò che mi circonda, verso ciò che non si conosce, verso ciò che non appare come era stato immaginato, verso ciò che immagino sia apparso prima di ogni cosa, verso ciò che non riconosco uguale a me o verso ciò che riconosco essere Altro.
La libertà.
Se mi chiedessero di definire cos'è la libertà, senz'altro porterei un letto.
E prima di rispondere proverei a ricordarmi malato.
Stavo così bene al punto da non aver bisogno che di una cosa sola: dare. Davo il mio tempo ai senza tempo, i miei consigli agli insaziabili, la mia allegria ai preoccupati. Poi sono stato male e questa libertà ha preso il volo. Non sono riuscito più a dare, i gesti continuavano sì a danzare liberi nella mia mente, ma senza avere la possibilità di uscirne fuori. Ora da me non usciva più nulla. L'energia dei sorrisi, le parola di speranza, le promesse future stavano tornando a me piano piano, una lenta processione al capezzale di un malato, come se un immaginario egoismo si fosse impadronito di me. Tutto tornava ad essere mio. E mi sono chiesto:
la mia cultura era così libera che mi avrebbe fatto vivere o morire?
Dare e ricevere, come uno scambio biologico attraverso la pelle, una barriera naturale di cui non controlliamo la porosità, così cangevole nel tempo da lasciare questo nostro corpo come un limite non sempre regolato da immutevoli leggi, perché regolato da una Legge che spesso ci sfugge.
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