29 marzo 2010

PROJEKT APFELSAFT & WIENERSCHNITZEL
[28 marzo -18 aprile, Trieste circolo ARCI]

Il tempo che scorre scivola sulla fotografia come gomma su di un'asfalto bagnato, come schiaffo su di una guancia calda, come sole su di una pelle abbronzata. Tempo effimero, come sabbia dentro una clessidra che nessuno gira più.

Con il loro lavoro, Marcus e Diego giocano, dando l'illusione, in quelle camminate sospese, tra le scie di luce, nell'indeterminatezza del gesto, che il tempo esca da un prima e rientri in un dopo. Ma la fotografia vive l'istante, lo esalta, lo riscalda e nello stesso tempo lo congela.


Fateci caso: cosa accomuna tutte le foto? L'istante.
Su cosa è focalizzato l'istante? L'immutabilità del tempo ha una forma ben precisa, é in ogni foto, ti osserva e tu non la vedi, ti parla e tu non la ascolti, ti tocca e tu non la senti. Guarda le foto! Quella che passa per conquista dell'uomo ieri, per tradizione da tramandare oggi, per bene immobile come una stella domani... ecco, ti sta davanti: con una luce negli occhi e un uscio che ti invita ad entrare.

La casa, die House.

Davanti a questa casa si fermano tutti, la donna col cane, l'uomo col passeggino, la coppia con gli ombrelli, la ragazza al telefono, le auto, l'autobus... perfino la neve qui si accumula..

"Buongiorno Trieste", con la luce finalmente spenta, le strade assenti per un uomo che ha trovato un luogo dove vivere, dove l'obiettivo non può arrivare, dove il sole riprende il suo movimento, dove la fretta, la tecnologia, la comunicazione, la vita riacquistano il loro naturale scorrere; fuori rimane il gelo di un'esistenza senza tempo, senza alcun senso, senza un prima o un dopo.

19 marzo 2010

E' una certezza

Se ci sarà da divertirsi noi ci divertiremo!

18 marzo 2010

Storie di inseguimenti

L'orienteering non è uno sport di squadra, ma lo può diventare cammin facendo.
Mentre te ne stai con i pensieri sparsi sulla cartina ecco che improvvisamente hai la sensazione di non essere solo, qualcuno ti sta entrando in punta di piedi nella testa con la classica domanda: "Scusa, sai dirmi dove sono?" Frase che il cervello traduce immediatamente in un linguaggio più terra terra: "Ma dove cazzo siamo finiti?". La cosa che fa più male non è tanto perdere quei pochi secondi per aiutare l'altro, quanto la parola "Siamo", plurale, segno che quella parte di testa che ancora non si è assopita, ti ricorda che molto probabilmente anche tu come l'altro sei nella merda.
Le persone perse in genere si trovano, si riconoscono da lontano; direi amore a prima svista. E spesso da situazioni come queste nascono avvincenti storie di inseguimenti & depistaggi.

Kukanje.
Dalla lanterna tre alla quattro ci sono ben seicento metri. Troppo complicato farli in linea retta, decido di seguire la strada principale, peccato che la strada principale vada fuo-ri-car-ti-na. Ma che sarà mai, mica ci son le colonne d'Ercole? Non finirò nel nulla!
(Un inciso: chi cercasse esperienze forti, non vada ad impasticcarsi o a guidare l'auto a luci spente... si faccia un bel giro lungo il bianco di una cartina di orienteering, quell'enorme nuvola color albume che circonda amabilmente "il territorio su cui è annotato dove far pipì indisturbati".)
Dopo essermi sforzato di immaginare come potessero continuare le linee sulla parte ai bordi della mappa, mi imbatto in una fanciulla del mio stesso quoziente intellettivo. Esaltata la bucolicità del luogo decidiamo di fare qualche cosa per evitare che ci vengano a cercareeeeeeadun certo punto la saluto e cooorro speditamente verso le altre lanterne, spinto più che dall'aver ritrovato con sicumera la strada dalla frase "Su, non serve che fai il galantuomo", che tradotto in un linguaggio più terra terra mi era apparsa inequivocabilmente come un: "Non cè stà a provà, cammina!".

Lipica, primo giorno.
Alla seconda lanterna mi perdo, ma Dio che assiste sempre dall'alto il povero orientista (dall'alto nel senso che manco si sogna di allungargli una mano, di spianargli una dolina, di raddrizzare un sentiero, di smussare un sasso, di convogliare le acque su un mare di zecche alle nostre calcagna), mi fa trovare in dolce compagnia. Avete presente quando: corri, sei affaticato, sudato e davanti a te si materializza un bellissimo esemplare dell'altro sesso, tutto profumato e per giunta che parla la tua lingua? In ossequio alla barzelletta tratta da The Pursuit of happyness:

"Un uomo sta affogando in mare. Passa una barca e chiede all'uomo: "Ti serve aiuto?" e lui: "No, no, Dio mi salverà". Passa un'altra barca e chiede all'uomo: "Ti serve aiuto?" e lui: "No, no, Dio mi salverà". Poi l'uomo annega e va in Paradiso. L'uomo chiede quindi a Dio: "Ma perché non mi hai salvato?" e Dio: "Ma se ti ho mandato due barche a salvarti, stupido !"

ti incolli dietro la pupa e ti lasci guidare dal suo profumo.... che però dopo un po' si trasforma in un inequivocabile olezzo in quanto ti accorgi che tu e lei siete entrambi nella merda, ovvero persi in un punto dell'asse dei numeri R tra la prima e la seconda lanterna. E di solito questo punto è un multiplo di ∏ mezzi. A proposito di ∏ mezzi....

Lipica, secondo giorno.
Non posso che concludere con un lieto fine. A metà gara, mi ritrovo con un gruppetto di persone, sembra facciano tutte il mio stesso percorso. Ma c'è una donna che probabilmente tra poco mi lascerà (!), un vecchio che tra poco ci lascerà ed un ragazzo come lo posso essere io, ovvero con un'età indefinita in un corpo anomalo, dai venticinque anni portati male ai quarant'anni portati bene. Rimaniamo in due, io ed il ragazzo anomalo, e proseguiamo la corsa fino alla lanterna cento, una volta mi supera lui, poi lo supero io...ci consultiamo...facciamo finta di prendere strade diverse, quanto basta per poi ritrovarsi di nuovo insieme alla lanterna successiva con finto stupore e mal celato sorriso. Alla lanterna undici arriviamo contemporaneamente: vi giuro che nessuno dei due voleva punzonare per primo. Lui ha dovuto insistere, così ho inserito il mio sportident prima del suo. Poi però l'ho lasciato partire, una cavalleria d'altri tempi... E la cosa sembrava finita lì, senonché una volta preso contatto con la realtà del campus all'arrivo, l'anomalo mi ha pure presentato moglie e figlia. In questo è stato più bravo di me, ci è arrivato prima.

Inseguimenti e depistaggi, dipende da tante cose: dal sesso, dal profumo, dalla lingua, dall'età. Insomma, un buon modo per trovare l'anima gemella, perché in amore non si vince mai e ci di "perde" sempre....

15 marzo 2010

Lipica open 2010

10 minuti.
Tra dieci minuti sarà mezzanotte e sarà già domani. Non mi riuscirà più di dire: io-oggi-Lipica. Sarà già domani, passato e futuro insieme, il presente non sarà più.

9 minuti.
Cerco di mettere insieme velocemente i ricordi. L’arrivo, la partenza, iniziare e finire… non so da dove cominciare

8 minuti.
Tutto è mescolato, al buon sole, alla fatica, all’amicizia, ai sogni, al profumo degli alberi, al fango sotto le scarpe, alla cartina che non scivola mai dalle dita.

7 minuti.
Faccio scorrere il nastro all’indietro e mi colpisce quel gazebo rannicchiato sul prato riprendere vita, il plaid ripulirsi d’erba, le cose buone ricomporsi, il sole lanciato nella sua corsa da ovest ad est.

6 minuti.
Come un film a flashback, rivedo la gente rifare il percorso al contrario, con il sudore che s’asciuga, quel sorriso che ritorna preciso, la fatica che si allontana come l'olio si ritrae da una macchia d'acqua, l'individualismo che ritorna alla linea di partenza.

5 minuti.
Sulla cartina che teniamo in mano risanano le pieghe come delle ferite che si chiudono, torna più liscia, come nuova, mentre il nostro sguardo cerca prima il punto di partenza, poi la busta, poi l'erba, poi il cronometro..

4 minuti.
Il luogo e il tempo della partenza si allontanano, vestiti come per andare a fare shopping, siamo lì a fare i nostri acquisti, tra le bussole, le ghette, i cerotti...il portafoglio che si riempie come per magia..

3 minuti.
Ci salutiamo con il gesto di chi non si vede da tempo e ritorniamo alla nostra auto, guidando come avessimo preso appena la patente, la benzina che ritorna, l'auto che si fa più pulita, come animali ci rintaniamo nelle nostre case, riguadagnamo di soppiatto il letto, zittiamo la sveglia e riprendiamo a sognare

2 minuti.
Tutto parte da un desiderio, che si perde nella notte dei tempi.

1 minuto.
In questa notte non mi oriento, non ho alcuna mappa, mi alzo in volo.

Mezzanotte.
Ma io c’ero e non è stato un sogno.

10 marzo 2010

Basovizza - Sesana AR 18:30 -1.5°C 100 km/h

Correre per sentirsi.
Per sentire che il vento non fa paura.
Che i suoni sono di passaggio.
Che la luna anche se di luce riflessa illumina.
Che la corsa è allontanarsi.
Che la corsa è calore.
Correndo nel bosco alla sera
sento scivolare via le paure
verso chi ha potere solo sulla fantasia.
Immagino la strada piena di gente
saluto, schivo, supero, lascio il passo.
Vado e torno
perché la corsa alla fine è tornare
in uno stato di nuovo equlibrio.

08 marzo 2010

Destino

Siamo destinati ad esistere
piuttosto che a vivere.

Valeriano

Una giornata senza punti oscuri, come del resto lo è questo sport, in cui tutto vive alla luce del sole, la mappa dettagliata con cura, le lanterne ben segnalate, l'abbigliamento specificatamente tecnico. Una sola ombra e ti ritrovi con la merda al collo, non metaforicamente parlando.

Mi riscaldo, l'escursione termica oggi è precisa, in una via secondaria, nel mio su e giù un cane mi insegue senza abbaiare, senza poter raggiungere le mie coccole, lungo il recinto due tre quattro volte poi torno indietro.
Alla partenza manca molto e non so come passare il tempo, sono solo, comincio a fare calcoli: un doppio passo quasi un metro, il nord è dietro quella collina, perché il taping lo faccio sempre meglio da un lato non lo so, devo bere prima della gara, il campanile mostra l’ora corretta, ritorno alla partenza. La gente ora si accumula, è indaffarata a dare un senso all’attesa, noi del Gaja facciamo stretching, ma anche parliamo, scherziamo, andiamo in bagno, mangiamo, insomma nel nostro siamo completi.

Avvolgendo un po’ il nastro, saltando qualche preliminare di rito, sono già alla ricerca della prima lanterna. La vegetazione lascia andare la corsa come il vento si fa strada tra gli alberi. Una due tre quattro cinque sei, non riesco a perdermi, ma ahimè ho parlato troppo presto. Alla settima lanterna sbaglio strada e mi convinco di ritirarmi. Non mi resta che fare un'ultima cosa: decidere la scusa ufficiale, oscillo tra la bussola che funziona male e la bussola rotta. Insomma è colpa sempre degli altri. Passano i minuti, tanti troppi, ma... "non tutti". Ho ancora tempo, riesco a ritrovare la strada, purtroppo lontanissima da dove pensavo di essere. Rivado col pensiero all’ultima gara del CIOC, a quella lanterna quasi fuori cartina che ha fatto tornare indietro chi se l’era persa. Allora capisco che devo onorare questo sport, che il tempo non è quello che passa, ma un concentrato fatto di sole, di vento, di profumi di alberi, di acqua che scorre. E riprendo dal punto in cui la mia bussola stava per rompersi. Settima, ottava, nona, decima, undicesima, dodicesima, tredicesima, quattordicesima, quindicesima, sedicesima, diciassettesima, diciottesima, diciannovesima.

Bevo un tè caldissimo, mi brucia la faccia, ho la tuta piena di polvere e tra le mani mi scorre un desiderio: vorrei accarezzare qualcuno per fargli sentire che la mia vita è soprattutto questa, di rughe di terra, di fango e sudore, che l’acqua non lava il ricordo.